László-Nemes

Cannes 2015: I giornalisti italiani intervistano il cineasta ungherese László Nemes

CANNES – La stampa italiana incontra il cineasta ungherese László Nemes, all’indomani della cerimonia di premiazione della 68ª edizione del Festival di Cannes, che lo ha insignito del prestigioso Gran Premio della Giuria per il suo straordinario film d’esordio Son of Saul.

Da “La Repubblica”

“Non ho mai fatto interviste. Mi scuso se sono impacciato”.

L’ungherese László Nemes, Gran Premio della Giuria per la sua opera prima Il figlio di Saul, ha lo sguardo vivace e innocente da ragazzo, che non dimostra i suoi 38 anni. Eppure, è con sorprendente sicurezza che parla del film, che uscirà nelle sale il 27 gennaio, nel Giorno della Memoria.

“Il cinema sull’Olocausto mi ha sempre frustrato. Ho pensato che bisognava riportare l’attenzione sugli esseri umani, lasciando sullo sfondo sia la tragedia che l’orrore, concentrando l’attenzione sul protagonista, vivendo con lui la determinazione a seppellire il proprio figlio”.

Quanta verità c’è nella storia di Saul?
“Tutte le parole che si sentono fuori campo, vengono da un documento tenuto segreto per anni, «Voci sotto la cenere», una raccolta di testimonianze dei Sonderkommando, i prigionieri costretti dai tedeschi a lavorare nelle camere a gas, a condurre i prigionieri verso l’interno, a bruciarne i corpi. È stata una lettura sconvolgente. Mi ha spinto a fare il film. Durante le riprese, mi ha accompagnato la memoria dei racconti che sentivo a Budapest, da bambino, sulla parte della mia famiglia sterminata ad Auschwitz”.

La colonna sonora è come un incubo di rumori, voci, grida.
“Ho fatto una lunga ricerca: era esattamente così. Anzi, ho sottratto molto dei lamenti spaventosi, che venivano dall’interno delle camere a gas”.

Che significato dà al gesto della sepoltura?
“L’aspetto religioso, la ritualità, non è la cosa che conta di più. Hanno più valore gli sforzi di Saul per compiere la sua missione. Ad Auschwitz è pazzesca la precisione con cui era organizzata la fabbrica della morte, il lavoro a catena, la durezza degli ordini. Un luogo che cancellava l’umanità: la sepoltura di un corpo significa restituirgli la dignità di essere umano. Non importa che sia davvero il figlio: è un simbolo di tutte le vittime dell’Olocausto”.

 

Da “Il Corriere della Sera”

«Avevo dei motivi personali per fare questo film», dice László Nemes. Ha girato la sua opera prima, Il figlio di Saul, sul tema dei temi, l’Olocausto: «L’ho ambientato nel luogo dove fu uccisa parte della mia famiglia, ad Auschwitz».

Ha caricato il peso della storia su un attore non professionista, uno scrittore che in Ungheria ha pubblicato molte raccolte di poesia, Géza Röhrig. Così, questo outsider ha vinto il Gran Premio della Giuria a Cannes, che per la francononia del verdetto è sembrato il Festival della Provenza. Con un nome così, László Nemes potrebbe essere benissimo uno dei piccoli grandi eroi de I ragazzi della via Pal, il romanzo del suo connazionale Ferenc Molnár, che ha fatto sognare i ragazzi di tutto il mondo. Potrebbe essere scambiato per Nemecsek, nella guerra tra bande dei ragazzini ungheresi di fine ‘800. Anche lui, come László Nemes, era biondo, magro; anche lui era un soldato semplice, promosso capitano (erano quattro anni che Cannes non ospitava un debuttante; il film uscirà in Italia il Giorno della Memoria, con la distribuzione di Teodora). Nemes è un biondino di 38 anni, che ne dimostra molti di meno, e mentre ha ringraziato la giuria, ha fatto un apologo sulla «bellezza di aver girato in 35 millimetri», controcorrente, contro la dittatura del digitale, «era un modo per stare addosso al protagonista».

E’ come se avesse portato un fiore su una tomba inesistente, quella dei suoi avi sgominati ad Auschwitz…

«Anche se all’inizio non volevo fosse del tutto chiaro dove siamo: sembra un sotterraneo claustrofobico, mentre la macchina da presa segue ossessivamente, con i primi piani o di spalle, il mio protagonista».

Che fa parte dei Sonderkommando, l’unità incaricata, nei lager nazisti, di prendere i cadaveri, dopo che entravano nei forni crematori, e di spalarne le ceneri. «Un anello nella catena di montaggio della fabbrica della morte. Godevano di momentanei piccoli privilegi: in pochi mesi, venivano eliminati a loro volta. I nazisti chiamavano “pezzi” i cadaveri dei campi di concentramento. Piene di corpi ammassati, bisognava ripulire in fretta le camere a gas. Solo che, un giorno, crede di aver visto il corpo del figlio, di cui non si era mai occupato, e vuole seppellirlo, dargli dignità, trascurando il tentativo di fuga degli altri prigionieri, vittime come lui».

Nella storia ungherese c’è un romanzo di riferimento sull’Olocausto. «Quello del premio Nobel Imre Kertesz, “Essere senza destino”. Un libro fondamentale per me, ed è bello essere paragonati a lui. Mi è stato di esempio, per tracciare un fondale meno convenzionale sull’Olocausto. La mia prima fonte di ispirazione sono state le raccolte di testimonianze sui Sonderkommando, che erano state nascoste nel 1944. Poi, ho fatto molte ricerche».

Lei, nel film, resta addosso al suo protagonista. «Ho cercato di seguire un singolo punto di vista, ho drasticamente ristretto l’orizzonte. Non volevo la totalità, anche se la scena corale in cui i condannati si avviano nudi alla morte è stata definita una bolgia dantesca, e ne sono lusingato. Così come sono lusingato che, per le vendite all’estero, sia stato preso un colosso come la Sony Pictures. E’ come vedere dal buco della serratura. Volevo solo la prospettiva umana».

Come mai un debutto a 38 anni? «Non lo so, da adolescente giravo filmini horror nella cantina dei miei genitori. Anche nel mio prossimo film affronterò il passato, in una storia ambientata nel primo Novecento. Qui, ho cercato di allontanarmi da uno dei tanti film sulla sopravvivenza. Ci mancherebbe, “Schindler’s List” è un capolavoro. Ma la sopravvivenza è una enorme bugia, è l’eccezione. E non volevo mostrare troppo, non volevo fare spettacolo, ho lavorato costantemente contro il concetto di bellezza. Ho preferito suggerire, come una voce interiore nelle tenebre».

I suoi riferimenti cinematografici? «Prima di tutto, Antonioni. Poi, Kubrick. Spero che questo film sia utile per provocare una discussione in Ungheria attorno alle zone oscure, al passato. I traumi dell’Olocausto sono ancora qui, accanto a noi».

 

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(fonti: La Repubblica, Il Corriere della Sera)

 

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