Agnes-Heller

Intervista ad Ágnes Heller: La filosofa ungherese ci parla dei migranti e della grande paura dell’Europa

BUDAPEST – “Quando vedo quei poveretti esausti, penso a me giovane, perseguitata perché ebrea. Le democrazie ci negarono l’asilo, papà morì ad Auschwitz”. Ágnes Heller, filosofa ungherese, ci parla dei migranti e della grande paura dell’Europa.

Professoressa Heller, l’ondata dei migranti investe e spaventa anche il suo Paese. Lei che cosa ne pensa?
“Primo, distinguiamo tra rifugiati e migranti. È dovere morale d’ogni cittadino d’Europa accettare almeno temporaneamente i rifugiati: nei Paesi d’origine la loro vita è in pericolo. Proprio noi europei abbiamo esperienze atroci di rifugiati cui l’asilo fu negato. Vissi gli anni in cui la metà dei 640 mila ungheresi vittima della Shoah avrebbe potuto salvarsi, se abbastanza democrazie li avessero accolti. Quella dei migranti è un’altra storia”.

E come affrontarla?
“Primo, occorre determinare chi può restare e chi no. Pensando a una nuova etica: è giusto forse favorire le famiglie giovani con figli. L’Ue e ogni suo Paese membro devono elaborare principi-guida. Secondo: smettiamola di vedere nei migranti potenziali terroristi. È falso. I terroristi entrati in azione negli Usa e in Europa non lo hanno mai fatto come rifugiati o come migranti, erano legalmente residenti. Quello del terrorismo è un timore infondato, usato da certi governi, quello ungherese ma non solo, contro lo straniero o chi è diverso da noi. Terzo, il migrante deve poter sperare di divenire cittadino. È indispensabile però porgli condizioni chiare”.

Quali?
“Rispettare le leggi del Paese d’arrivo. Non possono praticare tradizioni che contraddicano le leggi dello Stato d’accoglienza. Devono capire che da noi è un crimine grave che un padre uccida una figlia decisa a scegliersi da sola il compagno. Devono assumere le nostre regole e abitudini d’igiene e comportamento a casa e in strada. Ma il vero problema è l’Europa, non i migranti. Obama ha dato cittadinanza a tre milioni di immigrati illegali. Ora si sentono patrioti americani. In Europa i migranti hanno uno status diverso”.

Perché?
“L’Europa non sa cogliere il successo dell’integrazione di tanti migranti con le loro energie, perché è composta di Stati nazionali. L’America è Stato nel senso di comunità di cittadini. Lo Stato nazionale fu fondato, e vinse definitivamente nel 1918, inventando il nazionalismo e l’esclusione, lo sciovinismo. Prima dei fascismi e del totalitarismo comunista, quei valori vinsero sull’internazionalismo dei movimenti operai e sulla borghesia cosmopolita. E ci portarono a due guerre mondiali. I migranti divenuti americani amano l’America. In Europa, tanti migranti divenuti francesi odiano la Francia. Per l’America sei un buon cittadino anche se non parli inglese ma spagnolo o cinese. L’Europa chiede di assimilarsi, non solo d’integrarsi”.

Non le sembra che l’Unione europea abbia cambiato questo approccio?
“La Ue conduce una guerra contro l’egoismo degli Stati nazionali, è la prima grande svolta. Ma non può trattare i migranti da stranieri alieni come fecero gli Stati nazionali con Stefan Zweig, che trovò asilo solo in Brasile e poi si tolse la vita, lui narratore del Mondo di ieri mitteleuropeo”.

Non c’è un umore anti-stranieri un po’ovunque?
“Sì, innanzitutto per motivi economici. Quasi tutte le democrazie liberali europee sono giovani, alle spalle hanno dittature. Solo Usa, Regno Unito e Paesi scandinavi non hanno mai sentito bisogno d’un uomo forte. La crisi economica accende negli europei la paura di perdere, a causa dello straniero, non solo il lavoro, anche l’identità. La Francia terra d’asilo è divenuta Paese del rifiuto reciproco tra francesi e migranti. Troppi partiti e governi europei pescano voti nelle emozioni della gente. La democrazia liberale rischia derive autocratiche, e nuovi barbari: “noi” europei, “loro” migranti. Deve reinventarsi accettando culture che non la contraddicano”.

Non teme per l’anima dell’Europa?
“I nuovi nazionalisti minacciano la tradizione democratica europea. Non è la prima minaccia nel Dopoguerra: terrorismo rosso o nero, Berufsverbot a Bonn, dittature a Lisbona, Madrid, Atene… le idee fondate sull’esclusione non sono mancate. Ora il rifiuto dei migranti è la nuova sfida. La democrazia liberale produce sempre minacce a se stessa, Dobbiamo rifondarla ogni volta: ora tocca farlo rapportandoci con milioni di persone in fuga. Guai quando i partiti democratici cercano consenso copiando gli slogan xenofobi. Devono anche porre condizioni severe ai migranti, ma non ispirarsi ai populisti per contendere loro il consenso”.

 

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(fonte: La Repubblica)

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